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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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dicembre 2011

30 dicembre 2011 - 12:19

Il canto del cigno dello shopping natalizio

In Gran Bretagna i saldi natalizi sono partiti il 26 dicembre (Boxing Day) in un clima di assalto ai forni. Soltanto davanti a Selfridges a Londra, 2mila persone erano in coda in vista dell'apertura alle 9 di mattina  e solo nella prima ora il grande magazzino di Oxford Street ha fatturato 1,3 milioni di sterline (circa 1,5 milioni di euro). Ad Aberdeen, in Scozia, si stima che addirittura 1/4 della popolazione della città si sia gettata a capofitto nella corsa al saldo. Agli 1,8 miliardi di sterline di vendite record del 26 dicembre si sono sommati altri 2,5 miliardi del 27 e il trend ha continuato a mostrarsi robusto fino a ieri. Il problema, secondo vari esperti, è che, dietro all'assalto ai negozi di questi giorni, si manifesta una situazione preoccupante.  Siamo infatti davanti a uno sfoggio di disperazione da parte di consumatori in bolletta e indebitati che hanno atteso fino all'ultimo per fare uno shopping frenetico, concentrato in poche ore. Davanti a sconti fino al 70%, le occasioni dei primi giorni sono state ovviamente ghiottissime. Sul fondo, gli inglesi, come pure altri europei, si trovano a dover fare fronte a un clima di recessione che, iniziato nella seconda meta' del 2011, rischia di protrarsi almeno fino alla prima metà del prossimo anno. Secondo le proiezioni degli esperti, le vendite al dettaglio britanniche nel 2012 non dovrebbero essere superiori dell'1% rispetto all'anno che si sta concludendo. Dietro a questo quadro assai mesto, si sta peraltro verificando un cambiamento epocale del settore dei consumi. Un cambiamento che secondo esperti come Mary Portas, guru delle vendite al dettaglio, potrebbe cambiare addirittura la faccia delle città inglesi. Le vendite al dettaglio online in Gran Bretagna hanno infatti raggiunto l'11% del totale, il livello piú alto del mondo rispetto al 10% degli Usa e a una media europea del 6% esattamente pari alla Francia, che ha dato un segnale di forte recupero quest'anno, mentre la Germania ha raggiunto l'8%. Secondo la Portas, se il trend continuasse c'e' rischio che i centri dello shopping delle città e cittadine inglesi si svuotino, dato che assisteremo a crescenti chiusure di negozi. Peraltro, questo ultimo scorcio di 2011 non è molto incoraggiante per la Gran Bretagna: la catena D2 (jeans) è appena entrata in amministrazione controllata. La catena di negozi di moda La Senza, con 146 punti vendita piú 18 in franchising ha detto che presto entrerà a propria volta in amministrazione, mentre sullo sfondo gruppi come Black's (articoli sportivi) e HMV (musica) stanno manifestando sinistri scricchiolii. Quanto all'Italia, possiamo consolarci se non altro con la nostra arretratezza tecnologica, che fa sì che solo il 3,3% degli italiani compri online. Le botteghe dei nostri bei centri storici per ora sono salve...   

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26 dicembre 2011 - 19:32

Quel sorpasso brasiliano che brucia a Gran Bretagna e Italia

La notizia di fine anno è il sorpasso del Brasile sulla Gran Bretagna, il cui pil viene detronizzato, sul filo dei 2.500 miliardi di dollari, dalla sesta alla settima posizione. Il pil  è una misurazione quantitativa della ricchezza di un Paese e non spiega il livello di qualità della vita. Peraltro, per avere una prima semplice proporzione tra i tre Paesi basti ricordare che la popolazione del Brasile, con 200 milioni di abitanti, è quasi il quadruplo di quella Inglese e italiana. Ma tant'è: prima di arrivare al benessere tutti i Paesi, a partire dalla Gran Bretagna con la rivoluzione industriale duecento anni fa sono partiti da una fase di crescita quantitativa che ha poi portato a un innalzamento della qualità della vita. Quando avvengono questi scavalcamenti, peraltro, tutte le graduatorie ne risentono e, senza andare troppo lontani, dato che si piazza a ridosso degli inglesi, l'altro grande Paese spodestato è proprio il nostro, che passa dal settimo all'ottavo posto. A dare l'annuncio è stato oggi il think tank economico inglese Cebr che tristemente registra l'andazzo dei tempi, che vedono un Occidente in continuo declino e i Paesei emergenti in ascesa verticale, anche se stanno a loro volta perdendo colpi a causa della crisi europea. Il Brasile infatti nel 2010 è cresciuto al ritmo del 7,5% e quest'anno "solo" del 3,5%. Un rallentamento che non è però servito a evitare il sorpasso a danno di inglesi e italiani. Al rallentamento brasiliano peraltro si contrappone una crescita quasi zero di inglesi e italiani che il prossimo anno saranno d'altronde assai probabilmente in recessione. Da qui al 2020 la graduatoria dei big del pianeta vede ormai saldi ai primi tre posti rispettivamente Usa, Cina e Giappone. Gli sconvolgimenti sono ai ranghi inferiori: la Germania, oggi quarta, cederà il passo a Russia, India e Brasile che le passeranno tutte davanti relegandola al settimo posto, quello coperto oggi dagli inglesi. Ai piani bassi, secondo il Cebr ci sarà però una piccola rivoluzione dato che la Gran Bretagna supererà la Francia, oggi quinta e in futuro nona davanti all'Italia decima. Mentre la Gran Bretagna si consolerà con un decoroso ottavo posto. Ciò anche a causa della demografia perché, secondo le proiezioni, ora di allora la Gran Bretagna avra' una popolazione di circa 70 milioni di abitanti, assai piu' di Francia e, in particolare, dell' Italia che sta subendo un continuo declino di popolazione. 

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22 dicembre 2011 - 23:29

In crisi nera, nel 2012 Londra punta sulle Olimpiadi e la Regina

Avranno certamente un effetto anticiclico. Anche e, specialmente, in un anno orrendo come si prevede sia il 2012 sul fronte dell'economia. Saranno due eventi rari quanto un'eclissi di sole. Le tanto attese Olimpiadi e il Giubileo del 60esimo anniversario dell'incoronazione della Regina Elisabetta sono infatti attesissimi.  Entrambi attrarranno folle di turisti. Il Giubileo di diamante, come lo chiamano gli inglesi, si svolgerà tra il 2 e il 5 giugno e, per quanto in tempi di austerità, sarà un massiccio sfoggio di pompa e potere della casa reale più importante del mondo. Parate ed eventi teletrasmessi con al centro l'inossidabile Elisabetta stanno già alimentando l'industria dei souvenir che sta sfornando gingilli di ogni genere, come avvenne all'inizio di quest'anno per le nozze di William e Kate. Ma il Giubileo impallidirà in termini di impatto economico rispetto alle Olimpiadi, le terze per Londra, unica città del mondo ad avere avuto il privilegio di ripetere tante volte (1908, 1948 e 2012). Una decina di milioni di biglietti venduti. Incassi diretti per circa 500 milioni di sterline e 700 milioni offerti dagli sponsor, oltre a tutti il consumi che esso porta con sè. Benedette Olimpiadi, insomma, invocate e onorate a ogni pie' sospinto dal sindaco Boris Johnson. Finora hanno  sostenuto l'industria delle costruzioni della capitale: su un'area di 202 ettari sono nate infatti importanti nuove costruzioni come il villaggio olimpico che ospiterà quasi 17mila atleti, lo stadio, il velodromo, il palazzo del volleyball, quello del basket, il centro acquatico, un centro media gigantesco per 20 mila giornalisti. Oltre all'indotto, che nel prospicente sobborgo di Stratford ha portato alla costruzione di 5mila nuove case e un altro Westway, il gigantesco shopping centre speculare, nella parte opposta della città, con quello di Shepherd's Bush. Non sarà però l'unico posto della capitale ad accogliere i giochi. Londra metterà a disposizione stadi e centri sportivi esistenti in diverse aree, come Greenwich. L'opera è completata già per il 90% per cui l'effetto cantieristico è esaurito. Ma restano i bliglietti e gli sponsor e l'indotto che verra' generato dal pubblico che verrà numeroso. Soltanto di spettatori ne sono attesi oltre mezzo milione. Circa 10 milioni i biglietti venduti. Oltre agli alberghi, Musei e altre attrazioni che verranno prese d'assalto. E perfino le case dei privati che affitteranno ai turisti in arrivo. Come si dice, insomma, un vero e proprio business. Londra può dunque guardare alla prossima estate del 2012 con ottimismo. Per il resto del Paese non sarà invece una vita rosea. Ma, date le circostanze in cui versiamo, meglio così. Anzi, la capitale potrebbe diventare un'oasi vitale, un polmone d'ossigeno per europei depressi  in cerca di stimoli...   Chissà che l'estate non porti finalmente quel raggio di luce che ci preannunci a tutti finalmente l'uscita dal tunnel della recessione.

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17 dicembre 2011 - 12:16

Dall'isolamento inglese alla collettiva solitudine europea

La scommessa di David Cameron di dire no al nuovo trattato europeo si sta trasformando in una magra consolazione. Perchè il premier britannico possa essere definito "isolato" si devono raccogliere infatti due condizioni: che il trattato funzioni e che gli "altri" del continente marcino assieme compatti verso una soluzione da cui gli inglesi sono esclusi. Con l'andare dei giorni ciò che emerge è che il trattato è fumoso e lontano dal soddisfare i requisiti che chiedono i mercati, mentre cresce la cacofonia tra Paesi europei e all'interno degli stessi: in Francia i socialisti attaccan0 il presidente Sarkozy che sperava di portare a casa un trattato vincente al prezzo di uno scontro con gli inglesi. Sarkozy si sta isolando a sua volta. Lo sguaiato attacco contro la Gran Bretagna del Governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, e del ministro delle finanze, Francois Baroin, secondo cui gli inglesi dovrebbero perdere la tripla A prima dei francesi, non ha fatto che peggiorare la situazione. Il Governo di coalizione inglese si è infatti compattato, con il vicepremier eurofilo Nick Clegg che ha definito "inaccettabile" l'attacco francese e ricevuto le scuse dal premier Francois Fillon. La stessa cancelliera Angela Merkel si è avvicinata agli inglesi telefonando a Cameron e inviando il ministro degli Esteri a Londra lunedì. La verità è che il trattato non convince, impone dall'alto ai membri  una disciplina fiscale che sarà da verificare nei fatti per molti, accelera a breve medio termine il clima recessivo a causa dei maggiori sacrifici richiesti, creando una spirale perversa per quei Paesi come l'Italia hanno bisogno di ossigeno per uscire dalla crisi e, soprattutto, implica una coesione tra leaders che pare sempre più di facciata. E' una situazione di stallo da cui un'uscita tramite lo scioglimento dell'euro pare impossibile per i costi enormi che comporterebbe. Il disorientamento dunque è forte e la cacofonia delle voci che giungono dai vari Paesi è alta. Al di là dei messaggi di solidarietà, si ha sempre più l'impressione che ognuno remi per sè, come capita nelle situazioni di grave pericolo. In quest'ottica va visto l'attacco francese agli inglesi. Una caduta di stile verticale, quella di un banchiere centrale che dà lezioni di economia a un Paese amico, oltre a interferire sul lavoro delle società di rating dicendo ciò che devono fare. Secondo Noyer, Londra sarebbe messa molto peggio di Parigi, dati i forti debiti privati e la debole crescita. Ma i mercati valutano che la Francia, essendo nell'euro, abbia margini di manovra molto più ridotti per cavarsela. Da qui l'avvertimento dell'agenzia Fitch, che ha messo sotto osservazione la tripla A francese con implicazioni negative, mentre ha lasciato in pace la tripla A di Londra. La possibilità di una riduzione del rating ha mandato su tutte le furie il Governo di Parigi. Brutti segni, quelli che vengono in questi giorni da un Paese come la Francia, che dovrebbe essere una colonna dell'eurozona. In un momento in cui serve solidarietà per attraversare una fase delicatissima, gli scatti d'isteria sono altamente sconsigliabili.   

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11 dicembre 2011 - 12:53

Lo "splendido" isolamento di David il Temerario

"Nebbia sulla Manica: l'Europa è isolata". La famosa battuta, che spiega il complesso di superiorità degli inglesi sui cugini europei, mai è suonata più a sproposito, dopo che David Cameron ha deciso di non partecipare al nuovo trattato per salvare l'eurozona. Il motivo è semplice: Cameron ha fatto un autogol che condanna il suo Paese a un isolamento reale in ogni caso. Se infatti l'Europa riuscisse a cavarsela, la Gran Bretagna verrebbe marginalizzata più di adesso. D'altra parte, se le decisioni dello scorso summit non riusciranno a salvare l'euro dalla rovina e con esso la rovina dell'economia europea, Londra, che commercia al 50% con la Ue, non riuscirebbe comunque a cavarsela e si troverebbe ad affrontare da sola e senza la solidarietà dei cugini continentali la tempesta economica che ne seguirebbe. Peraltro, già tutti i centri di previsione stanno annunciando l'inizio di una nuova recessione britannica, a riprova del legame profondo con l'economia continentale. Londra ha sempre avuto un rapporto tormentato con l'Europa e, storicamente, quando il Continente prendeva una direzione non voluta, si chiudeva in uno "splendido" isolamento. Era però ben altra potenza ed erano tutt'altri tempi. Al di là dei giornali conservatori come il Daily Telegraph o populisti di destra  come il Sun, che hanno elogiato lo spirito nazionalista del bulldog sfoggiato da David Cameron perché lascia al proprio destino un'Europa "sclerotica", gran parte degli altri media hanno sollevato fortissimi dubbi sulla scelta del premier britannico: gli danno infatti dell'incosciente perché si è sparato sui piedi e ha dato il via a un irreversibile processo di uscita della Gran Bretagna dalla Ue proprio quando ne ha meno bisogno. Cameron ha sicuramente riscosso una forte popolarità con la destra del suo partito (oltre 80 parlamentari), che lo hanno elogiato per essere stato perfino più coraggioso della Thatcher (che il veto lo ha minacciato ma mai esercitato, come è invece avvenuto con il premier attuale) ma a mio avviso non ha fatto l'interesse del Paese. I motivi sono tanti. Sul piano politico, temo che si stiano creando le condizioni per una lacerazione della coalizione che potrebbe essere fatale. Dopo aver sfoggiato un iniziale sorriso di circostanza, il vicepremier liberale Nick Clegg, sotto la pressione di un partito in rivolta ha cominciato ingloriosamente nelle ultime ora a lasciar trapelare che è insoddisfatto del modo in cui Cameron ha negoziato  l'uscita inglese. I laburisti che hanno accusato Cameron di avere cannato in pieno il negoziato ne hanno preso nota. Potrebbero prepararsi a una coalizione con i liberali? Nel frattempo, la destra conservatrice inizia a chiedere a viva voce a Cameron di approfittare dell'occasione per rinegoziare in senso restrittivo di trattati di appartenenza alla Ue. Le condizioni per una caduta della coalizione conservatrice-liberale in piena crisi economica si stanno riunendo. Quanto all'Europa sclerotica, il tema, che viene ripescato dai media di destra e dai giornali del gruppo Murdoch dopo essere stato battuto incessantemente per vent'anni, non è più convincente. I cittadini inglesi vedono infatti nella deregolamentazione e negli eccessi della finanza anglosassone l'origine di molti dei loro mali. Stare fuori dell'Europa per difendere gli interessi della City e dei banchieri, rischia di non essere un tema molto popolare se si tornasse a votare. Tanto più che lo stesso Governo Cameron ha attaccato a più riprese i banchieri e deve spiegare ora cosa è sucesso per fargli cambiare idea. Tutto sommato, la City pesa per il 12% del pil del Paese: si potevano cercare altre forme di accomodamento. Ora, puntare a un futuro che faccia della Gran Bretagna una nuova Svizzera o Hong Kong, è ridicolo. I paralleli non stanno in piedi: nel primo caso la Svizzera ha un'economia fortemente diversificata con molta industria e servizi di qualità  che la Gran Bretagna non ha più. Nel caso di Hong Kong o Montecarlo, sperare che 62 milioni di britannici vivano come gli abitanti di staterelli offshore con pochi milioni di anime con i soli introiti della volatile finanza, è una beata illusione. Singapore, Dubai o Montecarlo hanno tasse ridicole, mentre la Gran Bretagna è condannata a tenere le imposte alte per mantenere i sussidi ai senza lavoro. Tanto più che si prevede un aumento dei disoccupati da 2,6 a 3 milioni. Già ora, nella sola Scozia, su sei milioni di persone solo 150mila sono contribuenti netti all'erario: tutti gli altri dipendono direttamente o indirettamente dallo Stato, via posto di lavoro o sussidi. A riprova che, se è vero che l'Europa è sclerotica la Gran Bretagna è agile solo in pochi settori e poche regioni, in pratica il Sud Est, guarda caso l'angolo più vicino all'Europa che, con 25 milioni di abitanti, produce gran parte della ricchiezza nazionale.  Dunque? C'è già chi pensa che Cameron tornerà a Canossa anche perchè gli Europei sono profondamente seccati e non hanno intenzione nelle attuali condizioni di porgere agli inglesi un ramoscello d'ulivo. Ma può essere assai possibile che un cambiamento così epocale nei confronti dell'Europa, il cui impatto resta tutto da valutare, finirà per essere deciso dagli elettori. La miccia della discordia nella coalizione di Governo è ormai accesa... 

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7 dicembre 2011 - 19:51

L'economia pauperista degli inglesi in astinenza

Quando i soldi sono finiti e ci si indebita per mantenere la dipendenza dai consumi contratta negli anni d'oro si è in trappola. La soluzione infatti sono i debiti a brevissimo termine (una forma di usura) e l'abbandono voluttuario a siti internet che permettono di cogliere occasioni a prezzi stracciati. Il risultato è che ingrassano gli usurai, mentre i negozi normali che espongono le merci fisicamente escono di scena. Trionfano siti internet e la grande distribuzione, dato che bisogna soddisfare capillarmente e in tempo reale i bisogni di gente in bolletta. I debiti prima di tutto: oltre il 50% degli inglesi sostiene di essere preoccupato per il futuro delle proprie finanze e il 7%, pari a circa 3,5 milioni di persone, ammette di essere ormai prossimo a ricorrere a debiti a breve a tassi d'usura. Società specializzate prestano su base giornaliera con interessi fino al 5000%.  Lo afferma uno studio di R3, la società che si occupa di salvataggio e ristrutturazione di imprese. Secondo R3 ormai un inglese su sei è un debitore zombie, ossia un morto vivente che tira avanti solo per ripagare gli interessi sul debito, senza poter rimborsare il capitale dovuto. Secondo l'associazione della finanza al consumo (Consumer Finance Association), i crediti giornalieri non vanno condannati, perchè la gente vi  ricorre dato che sta riducendo quelli a lungo termine. A me pare un poco un gioco delle tre tavolette.. Quanto ai consumi, esiste ormai una miriade di siti (almeno 200) come Groupon,  Myvouchercodes o Moneysupermarket, che sono usati da 6 milioni di inglesi. Basta iscriversi e si riesce a strappare occasioni a prezzi stracciati su tutto: dal cibo, ai vestiti, ai profumi, passando per la settimana bianca al mare o ai monti. I soliti algoritmi galoppano qua e là  e cercano per voi. Potete trovare sconti anche a oltre metà prezzo. L'unico problema è che sarete continuamente tempestati di nuove offerte e tentati di spendere, come ai bei tempi, quando i soldi erano abbondanti. Anche perchè erano soldi delle banche. Oggi sono i vostri. Così, tante piccole spese fanno alla fine tanti soldi. Con il rischio di indebitarsi sempre più...  

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6 dicembre 2011 - 22:38

E ora si afferma il nazionalismo londinese

In un mondo che, schiacciato dalla crisi, ha ripreso a frammentarsi e a rintanarsi nel particulare, non sono soltanto i leghisti a reclamare nuove identità.  A di là di aspiranti indipendentsti come valloni, scozzesi, corsi, baschi e chi piu' ne ha piu' ne metta, un nuovo tipo di orgoglio di appartenenza si va facendo strada, ben diverso da quelli citati, che traggono le loro radici nell'originalità e omogeneità etnica, culturale o religiosa. Il nuovo fenomeno è l'homo londinensis. Secondo un sondaggio organizzato da The Future of England, infatti, ben 4 abitanti di Londra su 5 (l'80%) sono fieri di essere londinesi e antepongono l'appartenenza alla capitale a ogni altra cosa. Dello stesso campione solo il 68% è fiero di essere inglese e il 74% di essere britannico. Gli stessi esprimono anche un moderato appoggio alle istituzioni locali, come il Consiglio di Zona (37%) o il sindaco (27%). Non è un gradimento folle, ma è tutto sommato rassicurante, specie per il sindaco Bors Johnson, in un momento di totale antipolitica come questo. La cosa buffa è che chi è fiero di essere londinese lo è per le ragioni opposte a leghisti e nazionalisti. Non perchè la città offre un riparo rassicurante contro gli alieni, ma perché è composta da alieni.Un londinese su tre è infatti nato all'estero. Come ha commentato lo scrittore Peter Ackroyd, massimo studioso della capitale "Londra, più che un luogo fisico, e' uno stato mentale"

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4 dicembre 2011 - 14:07

La recessione cambia i rapporti tra vecchiaia e gioventù

In  un commento apparso sul Financial Times di sabato, il 46 enne giornalista Jonathan Ford si domanda quanto il perseguimento ossessivo della gioventù, che è stato un tratto distintivo della politica britannica, abbia sul fondo una base logica. Ford, che conosco da vent'anni, da quando, giovanissimo, scriveva di finanza per The Evening Standard  nota infatti che, paradossalmente, in un momento di crisi come questa, in cui corrono paralleli con gli anni '30 se non il 1870, si è tornati a rincorrere persone di esperienza in cerca di pareri. Così, al di là del 71 enne Kenneth Clarke, ministro della Giustizia del Governo Cameron ma anche stagionato ex Cancelliere dello Scacchiere (forse uno dei migliori del dopoguerra) del Governo Major, i media rincorrono  famosi ex come l'81enne Shirley Williams fondatrice del partito socialdemocratico, o il 78enne Michael Heseltine, arci rivale conservatore di Margaret Thatcher, passando per una galleria di augusti personaggi estratti dalla naftalina. Ford scomoda addirittura Mosè, dicendo che davanti a flagelli come pestilenze e locuste, a ottant'anni aveva l'autorità e l'esperienza per affrontarli che viene con l'età. Tolta la Thatcher, che è giunta al Governo a 54 anni, ed escludendo i Governi precedenti, tutti i Governi e le opposizioni britanniche dal 1990 in poi, con l'eccezione di Gordon Brown, giunto all'appuntamento a 56  anni (divenne però Cancelliere dello Scacchiere a 46 anni), sono stati guidati da giovani. Gli uomini di punta della politica britannica sono andati al potere in tenera età: John Major a 47 anni, Tony Blair a 43, David Cameron a 44, Nick Clegg a 43, George Osborne addirittura a 38 e Ed Milliband, capo dell'opposizione, a 40 anni. Boris Johnson è stato eletto sindaco di Londra a 44 anni nel 2008. Il record lo detiene ancora William Hague, che divenne capo dell'opposizione conservatrice a 36 anni, dopo la sconfitta di Major nel 1997. Un modo di opporre carne fresca al sorridente e giovanile Blair, che entrava nella stanza dei bottoni. Un primato che fruttò a Hague il nomignolo "the phoetus", il feto, affibbiatogli dal ministro laburista dello Sport, il compianto Tony Banks. E' toccato peraltro al giovane cancelliere Osborne mettere in guardia gli inglesi che, per uscire dall'attuale crisi, ci vorranno almeno altri 6 anni. Ora di allora, Osborne non sarà forse più al potere e avrà comunque 44 anni.  Un mondo di sprinter in politica e finanza, passando per tutta una generazione di giovani di successo (nell'arte, sport e spettacolo) votati a trascinarci di progresso in progresso alla velocità della luce, sta insomma entrando in crisi.  Si torna a pensare al tempo circolare. Ai 7 anni di vacche grasse seguiti dai 7 anni di vacche magre. Un tempo lungo, più adatto a maratoneti del genere  Matusalemme e Noé. La mia generazione di baby boomer, coetanea di Blair, quella dei "giovani" che hanno fabbricato la Grande bolla dello scorso decennio, assiste ora all'arrivo di una nuova ondata di giovani che rischiano però di passare alla storia solo perchè tali. Politici inesperti come Cameron, Clegg e Miliband, saranno in grado di mandare avanti la baracca in un momento di crisi nera? Ford, loro coetaneo, esprime dei dubbi, dicendo che sono scialbi. Meglio allora il Governo Monti, fatto di ultrasessantenni? A mio parere i quarantenni di oggi appartengono alla generazione più sfavorita: quella che, nel giro di pochi anni, ha visto stravolgere le proprie aspettative di crescita e carriera: nell'arco di 48 mesi ha visto settecento anni di progresso ininterrotto dell'Occidente trasformarsi in inarrestabile declino . Chi oggi si troverà con le armi più affilate per combattere sono i ventenni che si affacciano senza illusioni sul mercato del lavoro. Sanno di vivere in tempi estremamente difficili con la prospettiva, per la prima volta dall'età della pietra, di stare peggio dei loro genitori. Saranno inevitabilmente temprati con un battesimo del fuoco, come è capitato con le guerre alle generazioni dei loro nonni e bisnonni a cui è andata peraltro assai peggio prima di andare molto meglio. Solo i loro padri, come il sottoscritto l'hanno schivata. Ma questi devono ora affrontare da vecchi  la grande crisi, senza le energie dei loro figli.      

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Categorie: Cosmopoli

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3 dicembre 2011 - 10:32

Quegli inglesi semi-detached in crisi d'identità

Verrebbe logico da pensare che, fino all'inizio del 2008, quando tutto andava bene e l'economia europea faceva fuoco e fiamme, agli inglesi, sotto sotto, una tentazione di partecipare al successo dell'eurozona ogni tanto passava per la testa. Verrebbe anche da pensare che ora, con l'eurozona sull'orlo dell'abisso, gli inglesi ringrazino il cielo di non avere mai aderito e tirino un grande sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Entrambe le affermazioni sono vere fino a metà. Quando tutto andava bene, gli inglesi preferivano stare fuori dall'euro per un senso di superiorità: stare nell'eurozona avrebbe significato legarsi sempre più a un'area economica socialisteggiante, con mercati ingessati e Paesi afflitti da burocrazia e una legislazione soffocante. Dopo lo scoppio della bolla finanziaria, che ha mostrato tutti i limiti del modello agile e deregolamentato anglosassone, gli inglesi hanno iniziato ad avere paura della loro solitudine.  Certo, l'Europa rischia di andare alla malora anche perchè molti Paesi hanno i conti in disordine, ma Londra, con un deficit al 9% del pil e un debito all'80%, quando ancora 3 anni fa le proporzioni erano 3% e 37% rispettivamente, non è messa tanto meglio. E dal cugino americano, faro e modello di sviluppo e deregolamentazione da Ronald Reagan  in poi, che ispirazione giunge in questi giorni? Degli Usa poco se ne parla, poiché in Europa siamo occupati a salvarci la pelle, ma il Paese di Obama sta veramente meglio? Fortuna che è uno Stato federale, altrimenti se fosse stata un'Unione come quella europea, la cacofonia fiscale di Stati come California, Alabama, Mississipi, Texas e Massachussets avrebbe forse minacciato a sua volta la sopravvivenza del dollaro. Quanto agli inglesi, essi scoprono che il loro destino è legato a doppio filo con l'Europa: i media non si stancano di ripretere che 50% del commercio britannico è legato all'eurozona. Il premier David Cameron, preoccupatissimo, continua a far la spola tra Londra e Bruxelles per capire meglio che succede, ma si rende anche conto della impotente posizione semi distaccata in cui si trova, dato che condivide solo a metà le responsabilità dei cugini europei. E' dilaniato: da un lato gli stessi conservatori vorrebbero che l'Europa si integrasse maggiormente sul piano fiscale per salvare l'euro e quindi l'economia inglese, dall'altro Londra si rende conto che, davanti a una maggiore integrazione economica dell'Europa, il rischio è di rimanere sempre più tagliata fuori. E ciò senza che gli altri cugini americani possano essere di aiuto o di contrappeso. Nelle situazioni di pericolo essere semi distaccati, semi-detached, come dicono gli inglesi, si hanno maggiori possibilità teoriche di mettersi in salvo. Ma se gli altri si mettono in salvo, sanno ringraziare chi ha veramente aiutato. In pratica, come sta avvenendo, se l'Europa riuscirà a superare la crisi, rischia di voltare le spalle agli inglesi che, dall'altra parte della Manica, in questa fase storica, non paiono essere né di grande aiuto né di grande ispirazione nella ricerca di soluzioni alternative alla terribile crisi che attraversiamo.  

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