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Il bonus-capitalismo alla sbarra

Sui bonus si e' scritto di tutto e di piu'. Con una conclusione: che hanno contibuito in modo non marginale alla crisi finanziaria in cui stiamo annaspando. Al punto che, perfino i banchieri in causa, in un recente sondaggio convenivano che la cultura del bonus ha portato il mondo della finanza alla rovina. Ma forse e' giunto il tempo di mettere da parte l'isteria degli ultimi mesi e tentare una valutazione oggettiva.

C'e' qualcosa di intrinsecamente sbagliato in un bonus? Fondamentalmente un bonus permette ai dipendenti di un'azienda di partecipare agli utili che questa genera. Per chi non e' contrario al capitalismo ed e' favore del merito e dell'equita' e' una buona cosa se i dipendenti di un'azienda partecipano in vari gradi alla creazione di ricchezza che questa ha generato. Per l'esercito di dipendenti salariati "indipendentemente" dal grado di successo della loro azienda il bonus e' stato ed e' senza dubbio un fattore incentivante. Il problema sorge sui gradi di partecipazione e sul quantum. E sui criteri di assegnazione. E qui qualcosa e' andato maledettamente male. Alcuni banchieri hanno infatti guadagnato somme spropositate perche' incassate in proporzione a quanto hanno fatto guadagnare all'azienda. Giustificazione: rischiavano molto ed e' giusto che il ritorno sul rischio fosse retribuito. Si e' visto come andata. Costoro hanno preso rischi in modo crescente ed esponenziale. Inoltre lavoravano in settori come il proprietary trading o i cambi in cui a differenza ad esempio degli analisti o di chi operava nell'advisory, potevano guadagnare delle fortune. Chi e' addetto all'artiglieria ovviamente ha un impatto molto maggiore rispetto a chi spara col moschetto o il mitra. Inoltre il grande equivoco e' avvenuto sul concetto di rischio. Un chirurgo che opera in emergenza prende rischi altrettanto elevati se non di piu' (la vita di una persona) senza avere dei bonus. Lo stesso vale per gli imprenditori che in tempi di vacche magre o in caso di perdite rimettono i soldi di tasca propria mentre ai banchieri non e' stato mai chiesto di rendere in parte o in toto i bonus guadagnati per venire incontro ai problemi dell'azienda nei periodi difficili . Complice un mercato in continua crescita il problema non si poneva. Non solo: spesso i banchieri stavano in una banca pochi anni per poi passare a un'altro istituto con condizioni economiche ancor migliori, trovandosi di fronte a un mercato del lavoro a loro favorevole in una sola direzione. I bonus erano poi congegnati per premiare l'impegno a breve, il "colpaccio", rispetto a un sano impegno a lungo termine. I banchieri al livello piu' alto erano dunque tentati di usare le banche come dei taxi su cui salire e scendere dopo avere arraffato un buon malloppo. L'andazzo e' durato cosi' a lungo che si e' creata un'inerzia tale che oggi molti banchieri ancora non si rendono conto del perche' dovrebbero rinunciare a un ricco bonus anche se la banca ha perso soldi. Il loro ragionamento e' che lo meritano perche' il dipartimento per cui lavorano e' andato bene anche se la banca in complesso e' andata male. O perche' chiedono solo l'applicazione di un contratto nel loro diritto che in uno Stato di diritto i contratti si rispettano. Come ha fatto Sir Fred Goodwin ex Ceo di Royal Bank of Scotland che, dopo avere presieduto a una perdita di 24 miliardi di sterline, la piu' alta della storia della finanza europea, si e' attaccato con le unghie e con i denti al proprio contratto pensionistico che gli garantisce 700mila sterline l'anno all'infinito a partire dal 50esimo anno d'eta' che, guarda caso, Sir Fred ha compiuto da poco. Goodwin si e' attaccato all'aspetto legale rivendicando ottusamente un proprio diritto, fino a che dei vandali hanno preso a sassate la sua macchina e la sua casa di Edimburgo. Gli esegeti del bonus che ancora si accaniscono in una difesa formale hanno perso di vista il contesto sociale che e' cambiato terribilmente. A differenza di banchieri come Ronald Cohen o David Freud che gia' un paio d'anni fa avevano capito che il vento stava cambiando e ammettevano pubblicamente che la lunga era di avidita' rischiava di finire con la gente in rivolta nelle strade. E' cio' che potrebbe avvenire il primo aprile quando migliaia di persone manifesteranno nella City. Chi non voleva crederci e' stato accontentato.